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Intervista – Roberto Saporito ai ragazzi: “Se volete scrivere dovete credere in quello che fate”

Articolo pubblicato in: INTERVISTE

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Roberto Saporito nasce ad Alba nel 62, studia giornalismo e pubblica la sua prima raccolta di racconti nel ’96: Harley Davidson e a seguire, nel ’98, Harley Davidson, deserti e moderni vampiri, di cui vende 20.000 copie. Pubblica inoltre cinque romanzi e a breve avremo tra noi Generazione di perplessi.

Salve Roberto, ci racconta brevemente come ha cominciato la sua carriera letteraria? Quando ha scritto Harley Davidson pensava già ad un progetto editoriale o credeva sarebbe rimasto uno scritto in un cassetto?

Salve Katia, ho cominciato a scrivere in maniera consapevole negli anni ottanta, quando ho lasciato Alba per trasferirmi a Torino per seguire i corsi universitari.  Harley Davidson, essendo una raccolta di racconti, è cresciuta di racconto in racconto, ed è diventato un vero progetto editoriale solo nel momento in cui il numero di racconti aumentava e questi avevano un soggetto ricorrente (l’Harley Davidson, appunto). Ed è stato anche l’inizio di tutto, dato che da lì in poi ho cominciato i miei cantieri di scrittura spinto dalle mie varie ossessioni: l’Harley Davidson in quel caso, ma poi il terrorismo italiano degli anni settanta nel romanzo Millenovecentosettantasette / Fantasmi armati, o il surf in Anche i lupi mannari fanno surf (Remix) e così via. Finché è viva l’ossessione io continuo a scrivere: la fine dei miei libri di solito coincide con la fine dell’ossessione del momento.

Ha pubblicato, nella sua carriera letteraria, svariati romanzi: a quale si sente maggiormente legato?

Probabilmente l’ultimo pubblicato, Il rumore della terra che gira, solo che mi è successo con tutti i romanzi pubblicati, a questa domanda ho sempre risposto l’ultimo pubblicato, anche perché la mia idea è di crescere come autore, di migliorare di libro in libro, di essere riconoscibile, creando uno stile di scrittura più personale possibile, chissà, magari fino ad arrivare a scrivere il libro perfetto? Chi la sa. Quello che spero è veramente che il prossimo sia sempre il migliore, per un motivo o per l’altro.

Nel settembre 2010 pubblica Il rumore della terra che gira, il titolo è insolito, quale messaggio vuole dare? Qual è il rumore della terra? Potremmo forse parlare di “rumore dell’anima”?

In effetti è un titolo che mi piace molto, qualcuno ha scritto che è un titolo “dal suono evocativo e solenne?, ed è vero, è così. Il rumore della terra che gira è una sorta di suono ovattato (reale o mentale), “un leggero scricchiolio? che si percepisce unicamente quando tutto intorno è silenzio, quando le vite metropolitane frenetiche e il frastuono delle incombenze quotidiane si trasformano in un mormorio sommesso, che nel caso del mio romanzo in qualche modo riesce a rimettere le persone in contatto con il ricordo di legami perduti in un tempo remoto. Quasi una sorta di “madeleine? proustiana.

Non da meno è il titolo del romanzo uscito nel novembre 2010: Anche i lupi mannari fanno surf. Chi sono i lupi mannari?

I lupi mannari del libro sono tre ex compagni di università che decidono di rapinare la banca della malavita organizzata indossando delle maschere da licantropo perché stanchi delle proprie vite, demotivati, e in questo modo vogliono cambiare (o quanto meno provarci), dare un nuovo impulso a tutto. Vogliono invertire la rotta, dare un vero senso alle proprie vite. Dopo la rapina il romanzo si trasforma poi essenzialmente nella fuga del protagonista in un viaggio esistenziale che attraversa la Bretagna, Londra, l’Olanda e la California.

E adesso un occhio alla sua ultima fatica letteraria, che dal 10 maggio potremo trovare in libreria: di cosa narra Generazione di perplessi? Sappiamo che si tratta di una raccolta di 19 racconti, il filo conduttore è la perplessità e il senso di inadeguatezza che attanaglia la nostra società, o c’è dell’altro? Quale messaggio vuole dare a chi lo legge?

I racconti sono accomunati dal fatto di avere per protagonisti personaggi esistenzialmente incompetenti e confusi, non preparati a vivere, assolutamente “perplessi?, appunto, nei confronti delle certezze degli “altri?, quelli che sembrano integrarsi perfettamente in questa società. Ma i racconti sono anche attraversati da alcuni filoni tematici ricorrenti, come la persistenza del ricordo di un passato mal digerito, un passato che a poco a poco avvelena, in maniera quasi inesorabile, la vita. E poi c’è il lavoro, vissuto come una sorta di nemico, “quello che faccio per star male?, direbbe Don DeLillo. Un lavoro che si fa ma che non si vorrebbe fare o un lavoro che si dovrebbe fare ma si sceglie di non fare, in ogni caso, sembra, sbagliando, sentendosi comunque e sempre inadeguati. E collegato a questo la figura dello scrittore (o dell’artista in generale) con tutte le sue paranoie e idiosincrasie sul non riuscire a scrivere più (o dipingere più), o sul dover scrivere cose che non vorrebbe scrivere, il rapporto malato tra arte e mercato. E così di fronte a una società che incatena irrimediabilmente la capacità decisionale dell’individuo, l’unica alternativa appare la violenza: i personaggi delle storie rispondono ai torti subiti (o presunti tali) in maniera clamorosa e violenta, spesso sproporzionata all’offesa, oppure non reagiscono affatto, lasciandosi trascinare dallo scorrere degli eventi, «come un carrello della spesa».

A quale di questi 19 racconti si sente maggiormente legato? Ce ne è uno che pensa la rappresenti di più o che rappresenti una parte del suo passato?

È difficile, direi impossibile, fare una sorta di classifica, sono legato a tutti, e a ognuno di essi per un motivo differente. E, forse, anche qui come per i romanzi mi verrebbe da dire l’ultimo che ho scritto, ma tutti, in un modo o nell’altro, sono, per me, naturalmente, importanti. Sono tappe di un percorso di scrittura parallelo a quello della scrittura dei romanzi, e sono, in ultima analisi, l’uno la “benzina? indispensabile dell’altro.

Ultimissima domanda: sono tantissimi i giovani che sognano di divenire giornalisti o scrittori, ma vengono spesso scoraggiati o rimangono, per l’appunto, solo sogni… lei cosa consiglia loro?

Di continuare a crederci, specialmente se, come nel mio caso, non se ne può fare a meno, come se fosse una sorta di malattia incurabile, di continuare a scrivere (e non smettere mai di leggere), di confrontarsi con la scrittura degli altri, di continuare ad essere curiosi. A credere in quello che si fa e sperare di avere un minimo di talento. Lo scrittore francese Philippe Djian nel suo ultimo romanzo (Ndr. Incidenze, che presto sarà recensito su Torino Libri) fa dire al protagonista che insegna scrittura creativa e che parla con una sua allieva: “Non posso impegnarmi a fare di lei una scrittrice. Nessuno potrebbe. Intendiamoci. Posso insegnarle i segreti e i trucchi del mestiere, aiutarla a tenere la penna in mano e a buttare giù qualche schizzo, ma niente di più. È come per cucinare un piatto. Può forse bastare avere a disposizione tutti gli ingredienti? Certo che no. Ci vuole il talento. Parliamo di roba non quantificabile. Se lo fosse non starei a insegnare letteratura, la farei.

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