Autore e giornalista, Ugo Barbara ha una cattedra di scrittura creativa all’università la Sapienza di Roma. Ha scritto cinque romanzi, tutti pubblicati da Piemme. Il suo ultimo gioiello è Le mani sugli occhi. Autore di racconti e sceneggiatore del film Gli angeli di Borsellino insieme a Paolo Zucca, Mirco Da Lio e Massimo Di Martino, dicono di lui: “Ugo Barbara scrive come un detective e pensa come un assassino”.
Le mani sugli occhi è finalista al Premio Scerbanenco e questo mercoledì sarà decretato il vincitore.
Salve Ugo, il suo percorso letterario è ben articolato e affascinante, vuole dirci qualcosa di quando Ugo era ancora un ragazzino: come nasce la sua passione per i libri e la scrittura narrativa?
La passione per la lettura è una cosa della quale non ho memoria: ho imparato a leggere molto presto esercitandomi sui titoli dei giornali e nella mia cameretta avevo sempre a portata di mano raccolte di favole. Il primo romanzo di cui ho un ricordo vivido è ‘Anni verdi’ di Cronin, poi vennero tutti quei ‘libri di lettura’ che prendevo dagli scaffali di mia madre, insegnante alle scuole medie. La prima cosa che scrissi fu per un concorso indetto dal Corriere dei Piccoli. Erano passati pochi giorni dal terremoto dell’Irpinia ed ero sconvolto dalle immagini che la tv trasmetteva. Mi ispirai a quel dramma e scrissi un racconto che vinse un premio. Fu una straordinaria iniezione di fiducia e una spinta ad andare avanti.
Ha esordito nel 1999 con Desidero informarla che le abbiamo trovato un cuore, dove mette a confronto una giovane ragazza e un uomo cinquantenne, uniti dalla medesima sofferenza: come nasce questa idea? E soprattutto perché la dura decisione di dover dire chi ha più diritto di chi ad un trapianto?
Avevo conosciuto una persona che faceva lo stesso lavoro di Roberto, il giovane psicologo protagonista di ‘Desidero informarla…” chiamato a scegliere chi tra due candidati a un trapianto di cuore è il più pronto a riceverlo. Non riuscivo a credere che a qualcuno potesse essere chiesto di valutare chi ‘merita’ di più di sopravvivere. Sto semplificando: ovviamente ci sono altri parametri che contano di più, ma il fatto stesso che fosse operata anche una scelta di carattere psicologico mi sembrava incredibile perché è un po’ come considerare la psicologia una scienza esatta e lo psicologo un giudice infallibile. Tutto il romanzo è incentrato sul tema della scelta nel senso più ampio e solo mettendo al centro della storia una posta altissima – la vita o la morte – potevo rendere l’importanza delle scelte che ognuno di noi è chiamato a compiere ogni giorno, anche senza rendersene conto.
La notte dei sospetti ci conduce nella sua terra d’origine: Palermo. Come nasce questa seconda fatica letteraria?
Per quattro anni sono stato a capo della redazione di Palermo dell’Agi. Sono stati gli anni della cattura di Giovanni Brusca e di una sequela di spettacolari colpi inferti alla mafia, ma anche gli anni di una certa antimafia di facciata, in cui personaggi davvero improbabili riuscivano a godere di quello che era diventato una specie di status: potenziale vittima della criminalità organizzata. Ho cominciato a scrivere ‘La notte dei sospetti’ tra gli ultimi mesi a Palermo e i primi del ritorno a Roma: un modo per raccontare, anzi per mettere in scena l’idea che mi ero fatto di alcuni personaggi e delle dinamiche che si muovevano intorno a loro.
Ne Il corruttore troviamo di nuovo un confronto tra due persone, anzi famiglie, con realtà apparentemente differenti, ma forse qualcosa le accomuna?
Ognuna di loro – e non solo i protagonisti , tra cui il ‘corruttore’ Vittorio Tanlongo – devono fare i conti con un passato al quale non posso sfuggire. Qualcosa di cui magari non sono direttamente responsabili, ma che ha segnato le loro famiglie in modo indelebile. Non a caso il romanzo è diviso in due parti: le colpe dei padri e le colpe dei figli, perché non c’è nulla di più illusorio del monito “le colpe dei padri non ricadano sui figli”.
In Terra consacrata incontriamo una donna distrutta dalla droga, in quale modo possiamo parlare di una terra “ sacra “ in un oscuro vicolo di morte?
La terra di cui si parla nel romanzo è ‘sacra’, ma solo per convenzione e forma, perché in realtà di sacro c’è davvero poco. Come in una maledizione di Re Mida al contrario, tutto quello che i protagonisti di questa storia toccano diventa sacrilego. Perché tutti sono legati da un vincolo che li trascina in modo ineluttabile verso un unico destino: la morte.
Quest’anno è uscita la sua ultima opera: Le mani sugli occhi, occhi che nella nostra società tendiamo a chiudere un po’ spesso… senza svelarci troppo : di cosa narra il suo ultimo romanzo?
Il romanzo, che come ‘Il Corruttore’ e ‘In terra consacrata’ è finalista al Premio Scerbanenco, parla proprio di questo: della tendenza che troppo spesso si ha a chiudere gli occhi di fronte a qualcosa che invece si dovrebbe avere ben presente, affrontare e sconfiggere. Le mani sugli occhi sono quelle con cui i personaggi nascondono al proprio sguardo quello da cui invece dovrebbero mettersi in guardia, ma anche quelle che vengono loro imposte per coprire una realtà che altrimenti sarebbe insopportabile. In questo romanzo tornano Vittorio Tanlongo e altri personaggi de ‘Il Corruttore’ e questa volta il ‘corruttore’ deve affrontare un meccanismo internazionale molto, molto più grande di lui. Si potrebbe definire un thriller finanziario e affrontarlo è stata una bella sfida: non è un genere molto diffuso in Italia, mentre nei Paesi anglosassoni ha una tradizione consolidata. Il punbto di partenza è una vicenda realmente accaduta: il sequestro di una ingente somma – 135 miliardi di dollari! – in bond statunitensi alla dogana a Chiasso. Quando ho letto i (pochissimi) articoli su questa storia ho pensato che sarebbe stato l’intreccio perfetto per Vittorio Tanlongo. Ne è venuto fuori un romanzo così addentro alla realtà di questi mesi da essere quasi premonitore: alcune delle cose che vi sono raccontate sono poi realmente accadute. Un po’ come è successo con ‘In terra consacrata’: forse è un po’ il dono – e la maledizione – degli scrittori…
Nella sua carriera di docente avrà incontrato molti giovani più o meno capaci, ma con il suo stesso amore per la scrittura: come si rapporta con loro? Cosa consiglia principalmente?
Ho incontrato molti giovani capaci, ma è più bello incontrare ragazzi ansiosi di crescere, di migliorare, di scoprire nuovi linguaggi, nuove strade da percorrere nella narrazione. Il problema, con la narrativa di genere, è che spesso si tende a imitare piuttosto che a trovare una propria identità. E questo è un male che si sta diffondendo anche alla narrativa non di genere. La cosa più importante è che ogni autore riesca a trovare una propria cifra stilistica, che diventi immediatamente riconoscibile. Solo così quando il lettore intraprende una nuova lettura è come se ritrovasse un vecchio amico con il quale è sempre bello passare delle ore.
La ringrazio Ugo per la sua disponibilità e per la passione e l’amore per i libri che sa trasmettere… non ci rimane che augurare a tutti buona lettura…
