Intervista – Ilaria Goffredo: «Vi racconto la mia Africa»
Katia Pellegrinetti | 20 gen 2012 | Commenti 0
Articolo pubblicato in: INTERVISTE
Ilaria Goffredo è una ragazza di soli 24 anni, eppure non è come tutte le altre, qualcosa la caratterizza: forse l’essere già moglie e madre di due bambini alla sua età o forse il suo grande amore per l’Africa, un paese che le è entrato nel cuore dopo un’esperienza di volontariato.
Ciao Ilaria, ti va di raccontarci di te? Come hai iniziato a scrivere?
Ciao a tutti! A dire la verità non ho iniziato a scrivere dall’oggi al domani. Sin da piccola adoravo creare personaggi e storie. Davo sfogo alla mia voglia di scrivere anche durante i temi in classe, tant’è che il professore di italiano si lamentava sempre che fossero troppo lunghi! Con il tempo e le esperienze della vita, i miei scritti si sono arricchiti di sentimenti e sfumature emozionali che una bambina non può conoscere, ma anche degli eventi che cambiano il nostro mondo e la nostra realtà. L’estate scorsa poi, quasi per gioco, ho iniziato a scrivere un romanzo e sono rimasta stupita da quanto la mia penna avesse sete di scrivere, di raccontare e di far emozionare gli altri. A oggi ho scritto diversi romanzi che sono in attesa di pubblicazione.
Amore e guerra è il romanzo che esprime in tutto e per tutto il tuo amore per l’Africa. In realtà questa tua passione ha origini più profonde… ci racconti brevemente la tua esperienza di volontariato?
Sì, questa passione è nata inaspettatamente nel 2005, quando un’associazione ONLUS di Taranto ha proposto agli studenti più bravi della mia scuola superiore di partire per un mese di volontariato in Kenya. A dire la verità all’inizio avevo accettato più per la curiosità di visitare un altro continente e per la mia passione per i viaggi e l’avventura. Quando però mi sono ritrovata in quella realtà, ho capito che quello sarebbe stato per me qualcosa di più di un semplice viaggio. Ho lavorato come insegnante in una scuola di Malindi e a parole non si possono descrivere la gentilezza incondizionata degli studenti, la povertà indicibile che ho visto per le strade, la sete di vita di quel popolo, la natura selvaggia e incontaminata e, soprattutto, gli sguardi dei bambini. Tutto il mio mondo è cambiato quando ho incontrato quegli occhi, ho rimesso in gioco le mie sicurezze e le mie priorità, le mie comodità di “ricca” cittadina del nord del mondo, le responsabilità dei bianchi nella povertà degli africani. Credo che tutti dovrebbero andare in Africa almeno una volta nella vita.
Amore e guerra narra la storia di una giovane educatrice italiana, siamo nel 1994, in Rwanda: quanto ti riconosci in questo personaggio?
Ho creato il personaggio di Siria partendo dalle emozioni che ho provato direttamente in Africa e quindi ritrovo in lei l’amore per i bambini dell’orfanotrofio e per una terra che soffre ingiustamente, la voglia di dare il proprio contributo per cambiare almeno in parte il mondo e la disponibilità ad ascoltare gli ultimi. Ma Siria non è solo questo: Siria è anche una donna coraggiosa che si ritrova improvvisamente a rischiare la vita in un paese straniero e dimostra coraggio e determinazione di fronte agli avvenimenti crudeli di un conflitto. Non so quante persone riuscirebbero a trovare una tale forza: credo che bisognerebbe viverlo per capire realmente.
Alcune delle vicende narrate nel tuo romanzo sull’Africa sono eventi che realmente hai vissuto?
Certo, gli eventi vissuti sulla mia pelle sono sicuramente quelli narrati nell’orfanotrofio dove Siria lavora, perché anch’io ho vissuto lo sconcerto per una realtà tanto diversa dalla nostra che si è tramutato poi nella volontà di dedicarsi completamente alla gente di un continente così meraviglioso. E poi naturalmente i paesaggi, i colori, i profumi, i suoni e la vivacità dell’Africa che troverete nel libro sono direttamente tratti da ciò che ho visto e sentito.
Qual è l’evento che maggiormente ti ha toccata nella tua esperienza missionaria?
Un pomeriggio io e i miei compagni di viaggio partecipammo ad un’escursione in un orfanotrofio nella località di Gede, a pochi chilometri da Malindi. È lì che vidi veramente l’Africa. Ci accolse un uomo barbuto oltre i sessant’anni che si presentò come il preside. Prima di farci entrare ci spiegò che lì vivevano 1267 bambini dai quattro ai quindici anni e vivevano tutti in poche stanze. L’uomo disse anche che la scuola andava avanti solo con le offerte, non c’erano fondi. Lasciammo al preside le caramelle che avevamo portato perché i bambini ci avevano quasi circondato. La maggior parte di loro era vestita con indumenti più grandi di diverse taglie, strappati in più punti e completamente sporchi di terreno. Ovviamente nessuno dei bambini aveva le scarpe. Il preside ci guidò in una piccola stanza: non c’era pittura alle pareti, si vedevano i mattoni e le finestre erano praticamente dei buchi nel muro. Non c’erano lampadine né porte, era tutto aperto. Trovammo tanti bambini che cominciarono a cantare per noi una canzone allegra in swahili. Erano lì, senza famiglia, senza casa, senza niente, ma avevano un sorriso che ti scaldava il cuore. Scoppiai a piangere quando vidi uno dei miei colleghi prendere in braccio un bambino che passava e abbracciarlo forte. Chissà cosa pensavano quei bimbi nel vedere che loro cantavano ed io piangevo! Purtroppo non riuscivo a farne a meno. Mi accorgevo che tutto il mondo che avevo conosciuto fino a quel momento era così paradossale! Il preside ci mostrò poi il suo ufficio: una stanzetta spoglia con una sedia ed una mini scrivania sgangherata su cui giaceva un registro impolverato per i visitatori. Chi voleva poteva firmare e lasciare un commento. Firmai con la mano tremante e la vista annebbiata dalle lacrime. Il mio commento? /. Si potevano fare offerte, così lasciai tutti i soldi che avevo in tasca, 50 euro. Per il preside era una fortuna e mi baciò le mani, ringraziandomi. Uscimmo fuori per stare un po’ in mezzo ai bambini. Qualcuno aveva la pelle ricoperta di bolle, altri avevano una specie di muffa sui capelli. Mi ritrovai davanti un bambino con la sindrome di kwashiorkor, indossava solo un paio di pantaloncini strappati. Mi guardò negli occhi e mi pregò in inglese di dargli qualcosa da mangiare. «Scusa!» Risposi scoppiando nuovamente in lacrime. Ecco, da quel giorno qualcosa in me è cambiato profondamente.
Amore e guerra nasce più dalla passione per lo scrivere o più dal desiderio di “riscattare” un paese tanto duramente colpito e sofferente?
Mi sono servita della mia passione per lo scrivere per cercare di riscattare appunto un paese che soffre come il Rwanda. Ho intrecciato una difficile storia d’amore alle vicende storiche del 1994, anno del terribile genocidio ai danni dell’etnia tutsi. Il mio romanzo è un tentativo di far conoscere a molti, anche giovani, certi avvenimenti terribili che hanno toccato solo marginalmente le nostre coscienze, ma è anche un grido d’accusa contro i ricchi governi occidentali, dimostrando quanta responsabilità in realtà abbiano nelle vicende del Rwanda e quanto dovrebbero vergognarsi per aver abbandonato alla morte un milione di persone.
Ti va di raccontarci dei tuoi romanzi che hanno preceduto Amore e guerra?
Sì. Il primissimo romanzo che ho scritto narra sotto forma di diario il mio volontariato in Kenya. Anche in questo caso ho voluto far nascere una storia d’amore tra una studentessa italiana (che viene ospitata appunto nella stessa scuola kenyota dove io ho insegnato) e un giovane insegnante di Malindi. Il loro amore è forte e appassionato, ma ostacolato dal tempo, dallo spazio, dalle differenze culturali e dalle convenzioni sociali. Purtroppo questo romanzo, perché lungo più di un milione di battute, è ancora alla ricerca di un editore.
Una curiosità: perché accostare la parola “amore” alla parola “guerra”?
È stata una scelta voluta proprio per contrapporre alla morte e alla distruzione che la guerra porta, la fiducia e la forza dell’amore che non dovrebbe mai cessare di esistere, neanche durante un conflitto, per rappresentare una piccola speranza in un futuro incerto e funesto.
Ringraziamo Ilaria per essere stata con noi e per l’amore che ha saputo trasmetterci per un paese spesso così odiato, o forse, più semplicemente, non amato.
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