Intervista – Leonardo Bonetti, un romanzo per ogni stagione
Maurizio Asquini | 26 apr 2012 | Commenti 0
Articolo pubblicato in: INTERVISTE
Racconto d’inverno e Racconto di primavera due romanzi dal titolo affine, ma che si distanziano con storie diverse ambientate in due epoche differenti.
Vincitori di prestigiosi premi letterari tra cui il Nabokov e il Carver che garantiscono sulla qualità dei due lavori dell’autore romano.
Vorrei soffermarmi sul primo romanzo, Racconto d’inverno, un libro che mi ha colpito profondamente per la storia narrata dal protagonista, uno sbandato in fuga da una guerra di cui non si conoscono i fronti, né chi siano i nemici, né in quale luogo si svolga l’azione. Si intuiscono gli stati d’animo dei protagonisti e un gelido inverno narrato dall’autore con esemplarità, quasi con stile poetico. Lo sbandato in fuga si rifugia in una faggeta dove si nasconderà dentro una casa abitata da un uomo misterioso ed enigmatico.
Un romanzo scorrevole con una storia carica di tensione e dal finale mozzafiato.
Ma chi è Leonardo Bonetti e com’è nata questa passione per la scrittura?
In realtà scrivo da tempo immemorabile. E come molti ho iniziato con la poesia. Le mie prime passioni, Leopardi e alcuni esponenti della scapigliatura di fine ottocento. Più in particolare Praga, Tarchetti e Camerana. Tramite, in quest’ultimo caso, il monumento poetico di Baudelaire che, per quanto mi riguarda, non tramonta mai; proprio in questi giorni, infatti, si è affacciata in me l’esigenza di tradurre alcune delle sue poesie da I fiori del male. La mia, si direbbe, è una formazione soprattutto letteraria. Ma anche musicale. Quest’ultima coltivata ai margini, lungo un percorso non accademico. È proprio dal rapporto tra queste due vie dell’espressivo che ha avuto inizio la mia fioritura in prosa degli ultimi anni.
Parliamo del tuo romanzo d’esordio: Racconto d’inverno.
Dicevo della musica e della letteratura. In realtà il mio romanzo d’esordio, Racconto d’inverno, è nato dopo un fallimento e una rinuncia. Quello che mi ero proposto, infatti, era una rilettura e un adattamento musicali del Racconto d’autunno di Tommaso Landolfi, romanzo del 1947. Ma il mio tentativo si è arenato dopo qualche mese. Sentivo che la strumentazione e le risonanze landolfiane mal si adattavano alle mie suggestioni musicali. E proprio da questo fallimento ha preso forza in me la convinzione che avrei dovuto riscrivere il romanzo. O meglio, che avrei dovuto riscrivere un mio romanzo a partire dall’incipit e dal clima interiore di quel libro. Che, per me, rimaneva un testo centrale non solo per la mia formazione letteraria ma anche per la storia letteraria del secondo novecento italiano. Racconto d’inverno, quindi, ha preso le mosse dalla rinuncia a musicare il Racconto d’autunno landolfiano. Subito dopo questo chiarimento, infatti, alternandola alla scrittura del romanzo, sono andato componendo una lunga suite musicale dallo stesso titolo, pubblicata dall’etichetta francese Musea nel 2009. Aggiungo solo che un’ultima suggestione ha giocato il film di Andrej Tarkovskij Stalker. La sua zona, con quanto di misterioso e di arcano poteva evocare, risuona ancora nella casa del mio romanzo.
Dentro Racconto d’inverno, ovviamente, ci sono anche tante altre cose che sarebbe lungo e difficile sintetizzare qui. Ma ho voluto mettere nero su bianco i debiti e i prestiti più importanti di questo mio esordio.
Il tuo nuovo romanzo cambia stile. Due parole su questo libro.
Racconto di primavera è una vera e propria svolta, dopo l’inverno. L’atmosfera del libro prende avvio, mi sembra, da una nota sottile e luminosa ma non per questo meno inquietante. Questo timbro potrei definirlo magico-fiabesco. Una dominante che ha agganci diffusi in tutto il testo, ma che si coagula nei “cori” che aprono le tre parti del libro. Un “coro” è consuetudine drammaturgica, e in un romanzo lascia perplessi. Eppure l’architettura di Racconto di primavera ha una sua evidenza. Perché i tre cori in cui gli alberi e le bambine dialogano tra loro come in un sogno o in una fiaba, si connotano con sfumature, registri e colori diversi, e non fanno da controcanto solo in modo esornativo. Infatti, dopo la lettura dell’intero libro, sono proprio gli echi suscitati dai cori ad “aprire” a una loro funzione narrativa oltre che lirica.
Questa la “poesia”, se così posso dire, di Racconto di primavera. Poesia diffusa, ovviamente, anche all’interno del corpo del libro. Per quanto riguarda la “prosa”, invece, diversamente dal mio primo romanzo, appare radicata in un momento storico preciso (il 1989) e in un luogo esplicito (tra Arcevia, Ancona e Urbino, nelle Marche), con personaggi che possiedono un rilievo realistico quasi del tutto assente nel precedente Racconto d’inverno.
Uno dei temi principali, ma anche qui non sarebbe facile sintetizzare, è senz’altro quello della crisi di un mondo (la fine delle ideologie) visto attraverso la crisi di un personaggio, il laureando in giurisprudenza protagonista della vicenda. Questo giovane orfano, come lo ha definito Walter Pedullà, vive la sua educazione sentimentale con i pochi strumenti a disposizione: una gelosia e una passione imperfette per la giovane ragazza con cui, da circa un anno, ha una relazione. La fine di questo suo rapporto sarà lo strumento attraverso il quale prenderà coscienza della dimensione più ampia della sua crisi.
Come avrai notato dalle mie precedenti interviste, cerco di evitare le tradizionali domande, tentando di entrare nel vero lavoro di un autore con tutti gli imprevisti, le difficoltà e cercando di raccogliere preziosi consigli da offrire al pubblico.
Iniziamo con un fattore che lega i tuoi romanzi ai premi che hai ricevuto. Pensi che le classiche “fascette dorate” che viaggiano con la copertina, garantiscano la qualità di un romanzo e quindi le vendite?
Se devo essere sincero, non credo che ci si possa affidare solo alle onorificenze per misurare le potenzialità commerciali di un libro o, tanto più, per valutare le sue virtù intrinseche. Ma i riconoscimenti rappresentano pur sempre un’importante occasione di confronto all’interno di quella particolare catena di relazioni fatta di persone che scrivono, pubblicano e leggono. I premi possono essere un aiuto o una conferma, ma certamente non possono rappresentare l’orizzonte ultimo dentro il quale un libro deve muoversi.
In quest’epoca di scelte “disperate” pur di pubblicare si scelgono editori che accettano contributi da parte dell’autore. Tu come sei giunto alla pubblicazione?
Il mio è stato un percorso classico ma non so quanto rappresentativo. Ho inviato a dieci case editrici medio-piccole il mio bravo manoscritto. Poi ho atteso. La cosa straordinaria è che dopo appena due settimane mi è arrivata la telefonata di Giovanni Ungarelli, direttore editoriale della Marietti. Un tempo straordinariamente breve e che non mi sarei aspettato. Diciamo che sono stato fortunato: non è facile mettere insieme un paio di coincidenze come l’attenzione di un direttore editoriale e la sua lettura pressoché immediata. Ma da lì alla pubblicazione sono comunque passati due anni. Perché una virtù fondamentale, in questo campo, è la pazienza.
Il secondo romanzo talvolta si rivela una “affermazione” per un autore. L’uscita del tuo nuovo romanzo come ha cambiato il tuo mestiere di autore?
Diciamo che se con Racconto d’inverno la mia esperienza è stata quella di un felice outsider, con Racconto di primavera, come ha scritto giustamente Davide Brullo, ho preso coscienza di essere davvero uno scrittore. E contro la mia volontà, sia chiaro. Non mi sono mai sentito né mi sento uno scrittore. Ma ho dovuto cedere alla consuetudine per cui chi scrive viene così definito.
Parliamo di questa nuova generazione di libri che sta rivoluzionando il modo di leggere: l’eBook. Un motivo particolare sul fatto che i tuoi romanzi non sono ancora disponibili nel formato digitale, e cosa pensi di questa nuova frontiera tecnologica?
Non credo molto negli ebook. Anche se non disdegno la lettura in digitale. Il problema è che l’ebook parte sconfitto già in partenza. Sebbene sarà probabilmente destinato a vincere la sua sfida. Perché la sua sconfitta non sarà numerica o quantitativa, ma sostanziale. Gli strumenti della moderna tecnologia stimolano la velocità e la connettività multiple. Creano, se così posso dire, “rumore”. Mentre la lettura, il libro, la dimensione profonda che rappresenta la vera ricchezza dell’esperienza del leggere, hanno bisogno dell’esatto opposto: silenzio, solitudine, limite scavato dentro la pagina. L’ebook, quindi, vincerà. E per questo avrà perso. Perché sarà terreno principe di una lettura massificata, fatta con gli occhi di un pubblico più che con il cuore di un lettore. Il libro, infatti, nei suoi limiti precipui, è insostituibile, in quanto non permette distrazioni. La sua è una natura fondamentalmente “concentrata”. Mentre la tecnologia degli strumenti che presiedono alla lettura digitale è “fatta” di distrazioni, e la loro è una natura “connessa”, in “multitasking”. Non possiamo che cedere di fronte alla potenza di tali strumenti. Per questo, alla fine, sarà il libro a vincere. Anche se, ovviamente, le varie tipologie di lettura non si escluderanno a vicenda. Quello che voglio dire, semplicemente, è che nella solitudine della nostra coscienza sarà il libro a prevalere con il suo silenzio e senza bisogno di trionfalismi.
Racconto d’inverno e Racconto di primavera: a quando l’uscita di “Racconto d’estate”? (nuovo romanzo)
La tua domanda è tempisticamente perfetta. Racconto d’estate verrà infatti pubblicato a giungo prossimo sempre dalla Marietti di Milano. Nel frattempo, appena due settimane fa, è uscito un mio piccolo volume di meditazioni a margine intorno alla figura-libro con una breve introduzione di Antonio Prete. Una sorta di piccolo viaggio dentro l’esperienza della pagina scritta composto di frammenti, meditazioni, immagini secondo un ritmo che è del pensiero e, nello stesso tempo, della musica del pensiero. Il suo titolo è A libro chiuso e, nella sua anima, è percorso da uno spirito poetico oltre che speculativo.
Un consiglio da lasciare agli autori esordienti.
La scrittura è una pratica che ha bisogno di pazienza, dedizione, cura. Si fonda sul rapporto profondo tra noi e la pagina scritta, tra noi e la pagina ancora da scrivere. È fatta di fiducia nell’espressivo e di cura d’artigiano. I due momenti stanno tra loro connessi. Per scrivere dobbiamo innanzitutto sapere che non esistono scopi o fini esterni. Meglio fare chiarezza sin da subito e non lasciarsi sedurre da velleitarismi narcisistici. Quello che conta è dedicarsi solo a questo compito infinito che è scrivere.
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About the Author: Maurizio Asquini è nato e vive a Novara.
Con il romanzo “Io non rispondo” nel 2007 riceve una Menzione d’onore al premio “InediTo-Premio Colline di Torino”.
Nel 2008 con il romanzo “Dio Ingannatore” vince il premio “Alabarda D’Oro”. Nel 2010 vince i premi “Garcia Lorca” e il “Trofeo Penna D’Autore”. Giungerà, inoltre, tra i primi quattro classificati ad un premio Europeo e riceverà una Segnalazione di Merito al premio “Città di Moncalieri” con un totale di otto riconoscimenti allo stesso romanzo.
Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo “Io non rispondo”.
Con i racconti ha ricevuto numerosi riconoscimenti giungendo primo classificato ai premi “La seriola”, “Napoli Cultura Classic”, “Adriano Zugnino” e il “Priamar” di Savona. È giunto III classificato al premio per la narrativa a tema “Cesare Pavese” e recentemente è giunto II classificato al premio internazionale “Città di Aosta”.
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